La sclerosi multipla (SM) è una malattia autoimmune che colpisce il sistema nervoso centrale, provocando una progressiva neurodegenerazione. Pur essendoci diversi trattamenti per rallentarne la progressione, non esiste ancora una cura definitiva. Forse, però, la risposta sta nelle cellule staminali.
Le terapie con cellule staminali sono tra le più promettenti, al momento. Alcune di queste mirano a creare un sistema immunitario funzionante, che non attacchi il proprio stesso organismo. Altre, cercando un modo per riparare i danni causati dalla malattia.
Analizziamo insieme lo stato attuale della ricerca sulle cellule staminali applicate alla sclerosi multipla, illustrando le prospettive future e l’impatto potenziale nella gestione della malattia.
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ToggleNonostante i progressi nella ricerca, non abbiamo una cura definitiva per la sclerosi multipla: la SM è una malattia troppo complessa, per le nostre conoscenze attuali; ad oggi, non ne conosciamo nemmeno le cause. In più, la sclerosi multipla è neurodegenerativa, quindi i sintomi peggiorano nel corso degli anni.
Tutti i nostri movimenti, volontari e involontari, vengono controllati dal cervello tramite un fitto sistema di nervi: il cervello invia un segnale elettrico e questo viaggia fino alla parte del corpo interessata.
La mielina è una sostanza grassa che isola le singole fibre nervose, proteggendole e consentendo ai segnali elettrici di viaggiare più velocemente. Se la mielina viene a mancare, i nervi sottostanti si danneggiano e i segnali elettrici iniziano a viaggiare più lentamente; a volte, si bloccano del tutto. Nella sclerosi multipla succede proprio questo.
Per qualche motivo, il sistema immunitario del paziente attacca la mielina, causando infiammazioni e la formazione di tessuto cicatriziale; il processo si chiama demielinizzazione. Il problema è che la demielinizzazione non è reversibile: una volta che il danno è fatto, non c’è modo di tornare indietro. Al più, si può fermare il sistema immunitario per un po’ e impedirgli di fare ulteriori danni.
Nonostante gli sforzi, man mano che gli anni passano i danni alla mielina e ai nervi sottostanti si accumulano; quanto velocemente, dipende dall’efficacia delle terapie. Dato che non c’è modo di riparare i danni, il paziente perde sempre più funzionalità e, soprattutto, non può mai guarire del tutto dalla malattia.
L’altro grosso problema sono le cause della sclerosi multipla: pur avendo qualche idea in merito, non sappiamo con certezza cosa provochi la malattia.
Sappiamo che la sclerosi multipla non è ereditaria: avere un genitore o un nonno malato non significa essere destinati ad ammalarsi. In compenso, è probabile che abbia una base genetica che ne aumenterebbe la predisposizione, un po’ come accade per alcune forme di tumore. Se è così, però, cosa scatena l’insorgere della malattia?
Secondo alcuni studi, l’insorgere della sclerosi multipla potrebbe essere legata a dei fattori ambientali specifici.
Anche gli ormoni sessuali potrebbero avere un ruolo, dato che la sclerosi multipla colpisce in percentuali maggiori le donne.
Come puoi ben capire, è difficile trovare una cura per una malattia che potrebbe avere così tante cause. I ricercatori vi stanno lavorando e stanno facendo progressi, ma la strada è impervia.
Uno degli approcci più promettenti è il trattamento della sclerosi multipla tramite cellule staminali, sia ematopoietiche sia mesenchimali sia neurali. Ci sono diversi studi a riguardi, ciascuno dei quali si concentra su meccanismi, benefici e sfide distinti
Semplificando molto, nell’AHSCT si resetta il sistema immunitario per fermarne l’avanzata. Non è una cura vera e propria – presto o tardi, il sistema immunitario riprende ad attaccare la mielina – ma rallenta la progressione della malattia e riduce il numero di danni accumulati nel tempo.
Si procede in diverse fasi.
Uno studio del 2021 analizza la progressione della malattia nei pazienti trattati con questo metodo: i risultati sono buoni. Il 60% dei pazienti rimane stabile per almeno 10 anni dopo il trapianto; alcuni di questi mostrano addirittura un miglioramento dei sintomi.
Purtroppo, questo tipo di trattamento funziona soprattutto nelle prime fasi della malattia, quando i danni al sistema nervoso sono ridotti. Inoltre, il paziente deve rimanere isolato per intere settimane, finché il sistema immunitario non riprende a funzionare. In questo lasso di tempo, basta un’infezione minima per metterlo in pericolo.
I ricercatori stanno cercando un modo per estendere il trattamento a più persone possibile e, al contempo, per aumentarne l’efficacia.
Il trapianto autologo resetta il sistema immunitario, ma non fa nulla per i danni preesistenti. La terapia con le cellule staminali mesenchimali – quelle di cui è ricca la gelatina di Wharton – vorrebbe agire in tal senso, invece.
Diversi team internazionali stanno studiando gli effetti delle infusioni di staminali mesenchimali sulla modulazione immunitaria e sulla riparazione neurologica. L’obiettivo è regolare l’azione del sistema immunitario, ridurre l’infiammazione e riparare parte dei danni causati dallo stesso. Per il momento, i risultati non sono quelli sperati, ma rimangono interessanti.
Per quanto riguarda la riduzione dell’infiammazione, i trial clinici sono stati un buco nell’acqua: purtroppo, l’infusione di staminali non ha fatto nulla contro questo aspetto della malattia. Non paiono esserci stati miglioramenti significativi nemmeno sul fronte delle lesioni preesistenti.
Va detto che non tutto è perduto. L’infusione delle staminali mesenchimali pare non avere effetti collaterali significativi, il che è già un risultato. Inoltre, ci sono ancora molte variabili da testare: quantità di staminali in rapporto al peso, uso di cellule autologhe o allogeniche, eventuali interventi preliminari, iniezione diretta nel liquido cerebrospinale al posto di quella endovenosa.
Gli studi di questo tipo richiedono anni e anni di trial, prima che si trovi la strada corretta.
Un’alternativa all’infusione di staminali mesenchimali è l’utilizzo di cellule staminali neurali, ovvero programmate per differenziarsi in tutti i tipi di cellule nervose. Uno studio italiano del 2023 ne analizza gli effetti sia su modelli animali sia su pazienti umani, seppure in modo solo esplorativo.
Per il momento, i risultati sembrano promettenti: nei pazienti che hanno ricevuto un dosaggio elevato, si è riscontrato un aumento delle molecole antinfiammatorie e neuroprotettive. Adesso bisogna attendere i risultati di trial più ampi e randomizzati.
Abbiamo ben poche certezze, eccetto una: le cellule staminali giocano e giocheranno un ruolo essenziale nella lotta alla sclerosi multipla. Un’ulteriore ragione per conservare il cordone ombelicale, piuttosto che lasciarlo marcire in mezzo ai rifiuti speciali: le cellule staminali al suo interno potrebbero aiutare una persona cara, che sia un figlio, un fratello o un amico.
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